Sulla stessa barca

 

image2Ancora una volta, il mare nostro è diventato un cimitero. Pochi mesi fa, il Papa ci ha fatto riflettere su questa drammatica situazione: si sono intensificati gli sforzi, è arrivato l’inverno, quando è più difficile viaggiare, e ora ricomincia la tragedia. Non si può più tacere. Non si può più fare finta di nulla. Quando anche una sola persona muore fuggendo dalle persecuzioni del suo Paese non possiamo non interrogarci. Siamo talmente assuefatti al racconto e alle immagini di questa sofferenza che non solo pensiamo che non si possa fare nulla, ma addirittura nemmeno ci facciamo più caso. Prima dedicavamo il tempo di una preghiera, ora – abituati – neanche quello. Ma non possiamo rassegnarci a queste tragedie. Non possiamo percepire quei barconi come dei numeri, né facendo macabra propaganda sui costi, né fermandoci alla fredda contabilità. Ma ci rendiamo conto di quanto siamo schizofrenici? A chi ha la fortuna di raggiungere le nostre coste neghiamo cittadinanza o peggio, condanniamo per clandestinità; mentre a chi muore, sulla scia dell’emozione, abbiamo riservato funerali di Stato. È giunto il tempo di agire davvero. Europa non può significare solo economia, né in un senso, né nell’altro: la questione non è solo euro sì o euro no, spread o fiscal compact, ruolo della banca centrale etc… La questione è: che idea di civiltà abbiamo? Che modello intendiamo rappresentare per il mondo? Quello di chi è ricco e alza barriere per difendere ancora per un po’ il proprio bottino, o quello di chi si preoccupa per il destino del mondo, ha a cuore la persona, i diritti, la pace, il futuro? Facciamo parte di un’unica famiglia umana. Siamo tutti sulla stessa barca, in questo mondo e in questa vita: vogliamo scappare, o restare a bordo e rimboccarci le maniche?

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