La mia intervista al quotidiano Avvenire su Mafia Capitale

Avvenire_logo«Vengo da 7 giorni vissuti fra nausea e rabbia». È lo stato d’animo di Gigi De Palo, 38 anni, figura “particolare” perché, oltre a essere attuale consigliere d’opposizione (della lista civica “Cittadini X Roma”), fu assessore (alla Famiglia, Scuola e Giovani) nella parte finale della giunta Alemanno. È su questa base che De Palo ci racconta che un gruppo di membri del Consiglio di Roma Capitale sta valutando in queste ore se dimettersi o no. Il perché ce lo spiega così: «In consiglio non c’è il clima giusto per fare politica. Non riesci più a fidarti di nessuno. Non solo fra noi politici, ma anche a livello di rapporti con dirigenti, con gangli vitali dell’amministrazione».

E quindi?
C’è una riflessione in atto. Ne ho parlato venerdì con dei colleghi consiglieri, di maggioranza e opposizione. Terremo forse una riunione congiunta nei prossimi giorni. Per valutare se dimetterci in blocco. Come atto di maturità.

È quello che dovrebbe fare anche Marino?
Siamo davanti a una vicenda in cui il marcio è anche più grave di quel che è apparso. E non riguarda solo destra e sinistra: quello che esce fuori è che anche la “società civile” non è tutta pulita. Ma qui non si tratta più di una poltrona di difendere. C’è da dare un segnale a una cittadinanza disorientata. Sa cosa mi fa piangere di più il cuore?

Dica…
Si stava uscendo finalmente dal clima dell’antipolitica. Invece, come in un maledetto gioco dell’oca, siamo tornati al punto di partenza. Ci siamo fermati per scontare una penitenza.

Ma ora non restano in piedi le forze più sane? Dimettersi non è un autogol?
È un’obiezione sensata. In ogni caso, in Consiglio non c’è più la giusta serenità per lavorare. Pensi che io stesso, l’altro giorno, mi sono ritrovato a registrare per la prima volta una telefonata. E si trattava solo di dare evidenza a una segnalazione fatta da un cittadino…

Renzi dice: «Non lasceremo la città in mano ai ladri»…
Ho stima del premier. Ma stavolta l’uomo del «tutto cambia» ha fatto prevalere un ragionamento da vecchio politico. Se egli stesso ha convenuto di dover commissariare il partito che governa la città, perché sulla giunta non si può discutere?

Non si fida di Marino?
Non metto in discussione la moralità del sindaco, anche se forse su quei 30mila euro ricevuti da Buzzi non ha chiarito del tutto… Ma si tratta di un discorso di sensibilità, non si può continuare facendo finta di niente.

Ma tornando alle urne, non rivincerebbe il “marziano” Marino?
Io non ho l’ansia del voto. Vedo in giro un’indignazione che produce solo rabbia, mentre non è questo il momento di rassegnarsi. Ma ho l’impressione che questa percezione di Marino come campione della “pulizia” sia forte più nel Pd che fra i cittadini.

Veniamo al passato. Lei è stato assessore con Alemanno. L’ha sentito in questi giorni?
Una volta, in maniera animata. Gli ho detto che ci sono rimasto malissimo. Non ha replicato.

Ma lei aveva sentore di quanto succedeva?
Ce l’avevo già da prima. Lo sa che, da commissario e poi presidente delle Acli provinciali, quindi dal 2003 al 2011, non abbiamo mai vinto un bando in materia d’immigrazione? Mi sono sempre chiesto perché.

E poi quando, in giunta, stava al fianco di Alemanno?
Da assessore stai 24 ore su 24 sui tuoi problemi. E se ho avuto richieste “particolari” – diciamo così –  non ho mai dato loro seguito. Con Alemanno ho sempre avuto un rapporto franco. Quello che mi consentiva di dirgli anche che, fra i suoi collaboratori, c’erano alcune persone che non mi piacevano. Lui ne conveniva. Ma non ha mai avuto la forza di rimuoverle. Quando ci furono le prime avvisaglie di inchieste, mi chiusi in una stanza con lui e gli chiesi: «Io sono una persona pulita. Tu mi garantisci che queste storie sono tutte fandonie?». Lui mi rispose: «Ti giuro, non c’è niente».

La sento molto provato.
Sì. Ma soprattutto rifletto sul fatto che io ho deciso di fare politica perché voglio dare un futuro migliore ai miei figli. Quando la motivazione è questa, se senti parlare di una tangente la respingi a priori perché pensi che stai mangiandoti un pezzo del loro futuro. Vedo ora questa generazione di politici 40enni, penso a Coratti, a Ozzimo, a Patané e osservo – sarà un caso – che nessuno di loro ha figli. È una generazione di politici romani chiusa su se stessa. Forse anche per questo ha fallito.

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